Vecchie facce e vecchi riti. Il Pd si rinnova

Martina si è dimesso. È una perdita per gli umoristi. Dopo pochi mesi di segretariato, il PD è di nuovo senza testa. Non che l’avesse, prima, ma almeno c’era uno con cui prendersela. Ora, sono tutti dimissionari in vista del Congresso. Spuntano all’assemblea dei mille delegati del PD le candidature: due, tre, quattro, sei, Martina, Renzi, Zingaretti, Minniti, Boccia e qualchedun altro.

Gentiloni e Calenda si chiamano fuori. Peccato, ma mi sa che non ci credono neppure loro.
Fare previsioni è impossibile. La gara è molto combattuta. I riti sono sempre gli stessi: Comitato centrale, primarie, Congresso con mozioni. Sa di stantio, ma non c’è nulla di nuovo all’orizzonte, solo la speranza che il governo cada. Poi, cosa accadrebbe, è nel limbo dei contestatori.
Martina dimissionario non si sa se corre o no. La maratona non è per lui. Troppo lungo, troppo triste, con un’aria da menagramo da far paura ma, in fondo, è un brav’uomo. Vorrebbe fare una candidatura “di squadra”. Cosa significhi lo sa solo lui. Mi ricorda il sor Tentenna.
Di Renzi non si sa nulla. Non si è neppure fatto vedere in giro. Neppure la Boschi. Veleggia, in pieno, invece l’Orfini. L’ombra di Renzi aleggia pesante sull’assemblea, foriera di disastri. Si teme che voglia fare un altro partito, con i fedelissimi, Boschi, Lotti e soci. Si aspettano clamorosi insuccessi.
Minniti riemerge con l’aureola dell’unico ministro serio dell’ultimo governo. Peccato che sia stato trombato alle ultime elezioni. Forse, come nuovo Segretario di partito, avrà più consensi. Un tempo fedelissimo di Renzi ha dichiarato che, se si presenterà, non ne sarà l’ombra ossequente. Da che era un titolo di merito essere renziani ora lo è di demerito. Così va il mondo ma, in realtà, i renziani tifano per lui e questo non piace a molti.
Zingaretti ci prova, anche se Roma non porta fortuna al PD che è stato schiacciato dal plebiscito, ahimè, a favore di 5Stelle. Poi, i Romani sono stati puniti, non perché hanno abbandonato il PD, ma perché hanno scelto la Raggi come suprema espressione dell’auspicato cambiamento capitolino. Il cambiamento s’è visto, in peggio. In teoria potrebbe essere il più votato alle primarie ma potrebbe non diventare Segretario. Se, infatti, nessuno dei tre candidati arrivati alla sfida otterrà il 50% dei voti, la scelta dovrebbe essere demandata a un’altra assemblea.
Poi c’è Francesco Boccia, il più giovane e, forse per questo, l’unica faccia nuova che ha il coraggio di competere. Boccia è bravo, capace e intelligente. Per questo sarà difficile che sia eletto. Sarebbe una rivoluzione.
Fra Assemblee. Circoli, Comitato centrale, Primarie e Congresso, l’elezione del nuovo Segretario del PD sembra un affare di Stato. Procedure complesse, vecchi riti per facce non nuove. Il PD si rinnova rispolverando nomi stantii.
Quello che emerge da questo assemblearismo confuso, è un’aria di vecchio, di deja vu, come nelle assise democristiane e socialiste di un tempo.
La nostalgia di Renzi, il rinnovatore, il rottamatore è molto forte. Faceva tutto lui ed era una tranquillità. Ora, invece, bisogna competere e proporre idee nuove o, perlomeno, ragionevoli.
Di queste idee non se ne sono viste molte. Eppure, la scommessa futura è importante. O il Pd si dà una mossa, come ci si dovrebbe aspettare da un grande partito, o rischia un altro disastro. I commentatori politici, anche di parte sinistra, rilevano che, ad oggi, non c’è opposizione. Con i rituali e i rimpianti non si fa opposizione. Gli elettori che non hanno votato PD difficilmente torneranno ai loro vecchi amori. La politica corre mentre il PD è restato indietro.
Questo auspicato rinnovamento ancora non si vede. Renzi ha fatto strage spingendo nell’angolo o alla scissione i suoi detrattori. Ha fatto del partito una sua estensione personale, convinto che il partito fosse il popolo e il popolo il suo elettore. Ora, è un deserto di voci e d’intelligenze, e il dialogo interno nel PD continua: Renzi o non Renzi? Piagati da questo dilemma esistenziale, il fuori praticamente non esiste, salvo il dir di no consueto alle decisioni del governo. Molto male, perché dall’altra parte, l’opposizione di Forza Italia è inesistente, attaccata al refrain: Salvini, torna con noi.
Alle prossime elezioni europee che, vivaddio, saranno proporzionali, senza trucchi e senza premi, si conteranno i pesi e le misure, la vera consistenza elettorale delle formazioni politiche presenti nel nostro Parlamento. Non bastano i sondaggi, occorrono i voti veri.
Il prossimo scontro elettorale non sarà fra il Pd e Forza Italia contro i gialloverdi, ma fra 5Stelle e la Lega, i due nuovi comprimari sulla scena politica. Gli altri staranno a guardare e si leccheranno le ferite. Abbiamo già visto la vecchia DC andare alle elezioni contrastando il PCI e il PSI, ma ciò non vietò né alleanze né assenze compiacenti e concordate, nei momenti difficili della legislatura. Chi s’illude che il patto di governo fra Lega e 5Stelle potrebbe andare in frantumi commette un errore.
Il Parlamento europeo è una cosa e va rinnovato totalmente, quello italiano resterà così com’è. Indubbiamente, però, un’ulteriore disfatta di Forza Italia o del PD a Strasburgo peserà sulle vicende italiane.
Non credo che, dopo, si andrà alle elezioni nazionali per ottenere una nuova rappresentanza in Parlamento secondo i nuovissimi orientamenti dell’elettorato. Saranno la Presidenza della Repubblica e i partiti all’opposizione a non volere nuove elezioni.

Stelio W. Venceslai

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Ritratto di Mauro D'Agostino

Biografia

Mauro D'Agostino nasce a Collecorvino, in provincia di Pescara nel 1955. Collabora con diverse testate giornalistiche producendo documentari in giro per il mondo. Nel 2017 è stato responsabile per l'Abruzzo del quotidiano online Corrierequotidiano.it. Nel 2018 è tra i cofondatori del quotidiano online VoxPublica.it