La questione venezuelana

Gli Stati Uniti sospendono i pagamenti del petrolio venezuelano ma non li hanno ancora devoluti a Gualdò. È un colpo basso, perché senza soldi Maduro non può pagare l’esercito che lo sostiene. Senza l’esercito, gli restano solo i peones e il sostegno di Paesi lontani cui non sembra vero di fare un dispetto a Trump.

Dove sono finiti i ricchi introiti delle rendite petrolifere? Questo è un mistero che non c’è barba di economista che riesca a spiegare. Il fatto è che il Paese è in un disordine pauroso. Mancano le medicine, mancano i viveri, la gente fa la fila davanti ai negozi, perfino per fare benzina. Tutti stanno male, impoveriti da un tasso d’inflazione che ha trasformato il denaro in carta. Una repubblica latino-americana in salsa di Weimar.
Maduro sta al potere legittimamente in virtù di una legge elettorale che si è fatto approvare su misura per fare il Presidente fino al 2021.
Non c’è da scandalizzarsi. Noi, ad esempio, dovremmo essere gli ultimi a parlare, vista la nostra propensione a cambiare il sistema elettorale ad ogni spirare del vento. È noto che quando uno è al potere si fa le leggi che più gli si accomodano. Non dovrebbe essere cosi (Stati Uniti, Regno Unito e, perché no? anche la Francia, hanno qualcosa da insegnarci in materia).
Quindi, che Maduro sia un dittatore è un fatto, ma è un dittatore legittimato dal voto popolare. Che poi il popolo stia male e che il suo governo faccia peggio dell’altro che l’ha preceduto, è un fatto anch’esso di cui non si può non tener conto. Fin qui, nulla di nuovo. Esempi di questo genere ce ne sono in tutto il mondo. Vogliamo parlare dello Zimbabwe? Ma di questo Paese non frega niente a nessuno. In fondo, è solo Africa.
In America Latina, invece, le cose sono diverse, perché gli Stati Uniti considerano l’intero continente sub americano come “il giardino di casa”, cioè, soprattutto un fatto loro e poi degli altri. L’abbiamo visto con Cuba.
I Venezuelani non ne possono più di vivere in un paradosso: un Paese ricchissimo che sopravvive a stento e rischia di morire di fame. L’opposizione è in galera, i fuoriusciti si moltiplicano, i punti di frontiera con la Colombia sono intasati da file lunghissime di futuri profughi, la giustizia è miserevole, la violenza della polizia inaccettabile.
Naturalmente, chi protesta sono i ricchi e la borghesia cittadina. I poveri sono poveri, vivono nelle baracche nei sobborghi fatiscenti delle grandi città e contano nulla. La loro condizione è miserevole, ma sostengono Maduro contro i ricchi, specie nelle campagne. In campagna, bene o male, si mangia, nelle città, invece, sempre di meno.
Sono almeno tre anni che il mondo sta a guardare e ascolta le proteste di un’opposizione imbavagliata e messa in condizione di non nuocere. Ora, l’attuale Presidente del Parlamento venezuelano, il giovane Gualdò, ha detto basta, si è autoproclamato Presidente provvisorio del Paese e chiede a Maduro di andarsene pacificamente. Un colpo di Stato, come dice Maduro, che non ci pensa proprio ad uscire di scena. Pensate se l’avesse fatto Grillo ai tempi di Renzi!
Il Paese è diviso: grandi manifestazioni popolari a favore dell’uno e dell’altro. La polizia spara, la gente muore, ma a chi importa?
Gli Stati Uniti, con un colpo di mano diplomatico imprevedibile, hanno riconosciuto la legittimità di Gualdò e subito si sono accodati Canada ed altri (anche il Parlamento europeo). L’Italia, come al solito, è in bilico. Occorre decidere, attività non prevista dal contratto di governo che regge assieme i giallo-verdi.
Per converso, Russia, Cina, Messico e Iran sono per Maduro. Torna la guerra fredda?
Gli Stati Uniti sospendono i pagamenti del petrolio venezuelano ma non li hanno ancora devoluti a Gualdò. È un colpo basso, perché senza soldi Maduro non può pagare l’esercito che lo sostiene. Senza l’esercito, gli restano solo i peones e il sostegno di Paesi lontani cui non sembra vero di fare un dispetto a Trump.
La questione non è di poco conto. A nessuno fa piacere che si aggravi il dissidio fra l’Occidente e il resto del mondo. Addirittura, se fosse vero e possibile un intervento militare nordamericano che dalla Colombia sostenesse Gualdò, il rischio di avere un conflitto civile di tipo siriano sarebbe quanto mai probabile.
Motivazioni politiche e giuridiche si accavallano, le une contro le altre.
Ha ragione Maduro a sostenere l’illegittimità della presa di posizione di Gualdò? Non c’è alcun dubbio. Che il suo regime faccia schifo è vero, ma l’ha voluto il suo popolo.
Ha ragione Gualdò a sostenere che Maduro ha perso la sua legittimità sgovernando il Paese e portandolo alla fame? Ha ragione, ma le sue sono motivazioni politiche.
Facciamo però un altro esempio e andiamo in Francia. Da diversi mesi i gilet gialli danno filo da torcere a Macron. Sono stufi della politica del Governo e vogliono un cambiamento, elezioni, dimissioni, rimpasto o giù di lì. Le manifestazioni si susseguono e la violenza della folla imbestialita emerge ogni volta di più.
Se Trump riconoscesse la legittimità dei gilet gialli, diciamolo pure, si scatenerebbe l’inferno in Francia. Per fortuna Parigi non è Caracas, ma perché a Caracas Washington può fare quel che vuole e in Francia no? Il diritto internazionale non è come la pelle dei testicoli. Dovrebbe essere una regola per tutti. In sostanza, ognuno fa quel che gli conviene. I potenti sono tali solo per questo. Gli altri, o tacciono o subiscono.
La democrazia internazionale ha le sue vittime, ma gli affari sono gli affari. In money we trust.
In settimana si riunisce un gruppo di contatto euro-latinoamericano, con l’ineffabile Mogherini, per decidere come sbrogliare la matassa. Accettare la logica americana e dispiacere a Putin oppure fare finta di niente? Il nostro governo, che anche su questo è diviso, sarà latore di una soluzione luminosa: pace e nuove elezioni.
Maduro ha già detto che è disposto a fare nuove elezioni legislative, ma non quelle presidenziali, che si sono tenute poco tempo fa. Ma il problema è lui, non il parlamento di Caracas. Allora, noi che proponiamo? Chiacchiere, se non abbiamo il coraggio di schierarci dalla parte di uno dei due contendenti, e a chiacchiere finirà la nostra posizione di assoluta, ambigua ed inutile equidistanza.

Stelio W. Venceslai

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