Democrazia partecipativa

La coesione governativa non si regge sulla collaborazione fra due anime politiche diverse, non si fonda su un’idealità comune, non opera in base alla riconosciuta affidabilità e competenza delle parti. Si regge sul ricatto.

Misure contro l’immigrazione? Si compensano con il reddito di cittadinanza.
Reddito di cittadinanza? Si compensa con la legittima difesa.
Legittima difesa? Si compensa con la chiusura domenicale degli esercizi pubblici.
Il Tribunale dei Ministri di Catania chiede l’incriminazione del Ministro dell’Interno? Si compensa con l’assunzione comune di responsabilità del Vicepresidente Di Maio, del Presidente del Consiglio e del Ministro della Giustizia, pena la crisi di governo.
La TAV è in bilico, si può fare, si deve fare, è una follia farla? Intanto, si compensa con la proposta di una maggiore autonomia delle Regioni settentrionali. Ognuno ha i suoi totem e i suoi tabù: mai la Tav, viva la secessione.
La Commissione parlamentare per le autorizzazioni a procedere contro Salvini è in bilico, come la TAV. Solo 5Stelle può decidere l’orientamento finale. Si processa o non si processa Salvini? La soluzione salomonica, perché nessuno ha il coraggio di decidere, è che si ricorre alla piattaforma Rousseau, un congegno elettronico dove gli iscritti al Movimento diranno sì o no, e il Movimento deciderà di conseguenza. Quanti saranno i decisori? Mille, tremila o ventimila? Una specie di mini-referendum. Ma siamo pazzi?
Intanto, il Tribunale di Catania, correttamente, ha iscritto nel registro degli indagati i tre sostenitori di Salvini, Di Maio, Conte e il Ministro della Giustizia. Preconizzo il futuro: il Tribunale respingerà l’addebito ma il Tribunale dei MInistri “dovrebbe” decidere come per Salvini. Mi pare pare giusto. Tutti sulla stessa barca.
Che farà, il Movimento, chiederà alla piattaforma Rousseau di esprimersi per mandare sotto processo mezzo governo?
Siamo alla follia. Va detto e gridato ai quattro venti. La teoria della democrazia partecipativa fa acqua da tutte le parti. Il referendum va bene quando serve, per il resto si ricorre alle stupidaggini.
Per la TAV non si può fare un referendum. Per la ventilata secessione delle Regioni non si può fare un referendum. Il popolo non conta nulla, indipendentemente dagli strumenti legislativi che graziosamente il potere gli ha messo a disposizione.
Il disprezzo del parere popolare fu chiaramente espresso tempo fa, quando si consigliò autorevolmente la gente a disertare un referendum. Andate piuttosto al mare, si disse. I referendum fanno paura, perché smentiscono le prese di posizione ideologiche dei partiti al potere. Sul divorzio e sull’aborto ne seppe qualcosa la Democrazia cristiana. Sul referendum costituzionale Renzi si lecca ancora le ferite.
Allora? Tutto di sotterfugio, a quattr’occhi, non il Parlamento, a questo in primis delegato, non il popolo, che sarebbe il vero detentore della sovranità. Alle camarille di un tempo sono succedute le camarille del contratto. Il governo deve reggere almeno fino alle elezioni europee, costi quel che costi.
Della sorte processuale dei Ministri, diciamolo pure, importa poco. Della questione regionale, invece, importa molto.
Non è concepibile che Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, cui inevitabilmente si aggiungeranno Liguria e Toscana, vadano a far corpo a sé rispetto all’intera Nazione. Sono le Regioni più ricche e quelle meglio organizzate, è vero, ma che significa? Vuol dire che così come stanno, stanno già bene. Vogliono stare meglio. Ciò che producono come tasse deve essere amministrato ed investito in loco. Che gli altri si arrangino.
Posso capire che i cittadini di queste Regioni si freghino le mani e se ne freghino degli altri, ma non posso non condividere l’irritazione crescente che sale dal Centro-Sud contro questa palese violazione del principio di solidarietà costituzionale e dell’unità politico-istituzionale della penisola.
Sotto la bandiera della solidarietà e della lotta contro il sottosviluppo, da mezzo secolo, si sono nascoste ruberie e tangenti, imprese fantasma, opere ciclopiche fallite, deserti industriali, truffe e compiacenze mafiose. È vero. Cinquanta e più anni di solidarismo meridionale sono stati un disastro. Nel Mezzogiorno mancano le autostrade, le ferrovie, porti attrezzati e aeroporti funzionali. Al di sotto di Salerno siamo ancora agli anni ’50, dove le principali attività economiche sono o colluse o in mano alle cosche, dove il lavoro nero prospera e migliaia di schiavi lavorano nelle campagne a salari di fame.
Nessuno ha mai fatto nulla. La classe dirigente meridionale non è stata all’altezza della situazione. I 14.000 forestali calabresi rispetto ai 6.000 canadesi sono un esempio lampante dell’assistenzialismo locale. Si assume a carico dello Stato purché votino. Votano e, poi, si continua così. Sono le anime morte del Sud.
Che il Nord non voglia più pagare per questi sperperi è comprensibile, ma non lo è il fatto che il cambiamento tanto auspicato nulla abbia ancora fatto per avviare a soluzione il problema.
Se Di Maio ritiene che il reddito di cittadinanza possa placare l’irritazione e la fame del Meridione, si sbaglia di molto. Nessuno, in un contesto unitario, accetterebbe d’essere discriminato. Ancora più grave sarà se, per effetto dei reciproci ricatti di cui sopra, il Governo cederà alla pressione lombardo-veneta, statuendo Regioni di tipo A e Regioni di tipo B. Sarebbe una colpa imperdonabile di fronte al Paese.
E il debito pubblico? Chi lo paga? La Nazione, certamente, se mai lo pagherà. Ma a questo punto, possiamo anche dividerlo, percentualmente al reddito delle Regioni, un tanto al Sud e un tanto al Nord. Sarebbe equo.

Stelio W. Venceslai

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